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ELEZIONI UE:

RIFORMARE I TRATTATI E PIU’ INVESTIMENTI, DICE DASTOLI (MOVIMENTO EUROPEO)

ROMA – Mai come questa volta, con le prossime elezioni dell’8 e 9 giugno, L’Unione europea si gioca la sua sopravvivenza politica e il suo stesso futuro.

Alle prese con due guerre in Ucraina e in Medio Oriente e con le ambizioni egemoniche di potenze regionali (Cina, Russia, Iran) le istituzioni di Bruxelles sono chiamate a svolgere sempre di più un ruolo politico trainante nell’ordine mondiale.

Ma per queste nuove sfide occorre un’Unione allargata ai Balcani e all’Ucraina con nuovi Trattati di riforma rispetto a Lisbona, un’autonomia strategica sulla difesa come vero pilastro europeo della Nato e maggiori investimenti di risorse proprie che finanzino la transizione verde e il rientro dal debito.

Questa, in sintesi, l’idea di Piervirgilio Dastoli, storico segretario di Altiero Spinelli e attualmente presidente del Movimento europeo.

Dastoli, nel suo ultimo libro scritto con Emma Bonino “A che ci serve l’Europa” ripercorrete luci e ombre dell’europeismo italiano. Possiamo dire che l’attuale compagine governativa sta compensando con un eccesso di atlantismo e vicinanza agli Stati Uniti la sua grande diffidenza verso le istituzioni europee?

Certo, questo è uno degli aspetti dell’attuale postura del Governo rispetto all’Europa.

Nel passato c’è stata una lunga fase nella politica nazionale nella quale l’ancoraggio a Bruxelles veniva considerato una priorità quasi irrinunciabile. Ma almeno da aventi anni non è più cosi. Viene riscritta anche la storia portando Berlusconi ad esempio di grande europeista quando come è noto nel 2002 il suo ministro degli Esteri Renato Ruggiero si dimise proprio per dissensi sulle politiche europee.

Ora il contribuito italiano alle istituzioni europee si dovrà misurare, come ha spiegato qualche giorno fa in Slovenia lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sull’allargamento ai Paesi dei Balcani, su una riforma del Trattato di Lisbona adeguato alle nuove sfide e una politica dio investimenti con risorse proprie e senza aumentare l’indebitamento dei singoli paesi in grado di finanziare tutte le riforme ambientali ed economiche che l’Europa intende realizzare.

Quanto accaduto nell’ultima riunione plenaria del Parlamento europeo con i parlamentari italiani che si sono astenuti o hanno votato contro la riforma del Patto di stabilità è solo l’ennesima brutta figura dell’Italia o il sintomo di come sta procedendo questa campagna elettorale per le europee?

Le due cose collegate. Ne usciamo massacrati come Paese che esprime il commissario agli Affari economici e il cui Governo approva un testo che i suoi parlamentari non votano poi a Strasburgo.

L’astensione della maggioranza è incomprensibile, è un atto di incertezza che non si comprende ed evidenzia semmai uno scollamento tra Governo e forze politiche. Ma dall’altra parte anche l’opposizione avrebbe dovuto esprimere un giudizio sul testo e non votare soltanto contro il Governo italiano. Il testo, come ha detto Gentiloni, poteva essere migliorato ma le vecchie regole di Maastricht erano certamente molto più pesanti soprattutto per Paesi ad alto debito come l’Italia. Ma, alla fine, una certa responsabilità ce l’ha anche il Parlamento europeo che ha messo in votazione nella sua ultima plenaria un testo senza una clasuola di revisione che consentisse alle nuove istituzioni modifiche migliorative.

Cosa avrebbe dovuto prevedere questa clausola? Non bastavano le nuove disposizioni? Rispetto a quanto stabilito dal vecchio Patto il rigore viene attenuato e ai Governi sara’ consentito di deviare dal percorso di spesa netta dello 0,3% del Pil su base annua e dello 0,6% del Pil durante il periodo di monitoraggio…

Il rigore è attenuato, certamente. Ma si potevano stabilire norme per intraprendere un percorso di riforme con risorse proprie dell’Unione. Non si possono imporre regole rigide sulle politiche di bilancio (così come sulle norme ambientali) senza spiegare come e dove trovare le risorse per quegli investimenti necessari a raggiungere gli obiettivi fissati senza gravare sull’indebitamento dei singoli Paesi. E questo, tra l’altro, è il motivo del fallimento del Consiglio europeo del 17 e 18 aprile scorso. Un pacchetto di risorse nel bilancio comunitario per questi investimenti sarebbe l’unico modo per rendere accettabile il rigore. Ed è quello che propone anche Mario Draghi.

Una cosa è certa. Le elezioni europee si stanno trasformando in Italia in una sorta di regolamento di conti interno tra i partiti di maggioranza. I temi europei sembrano essere quasi assenti. E’ veramente così?

Quella delle cosiddette candidature “civetta” è l’esempio più evidente di questa anomalia italiana. Tajani, Meloni Schelin sono candidature di persone che già si sa non andranno a Strasburo.

Un’anomalia solo italiana che è frutto anche del nostro sistema delle preferenze. Certo, nel 2019 ci fu il caso di Josep Borrell, allora ministro degli Esteri spagnolo che si candidò e poi rinunciò ma solo perchè aveva già in tasca l’incarico di Alto rappresentante per la politica estera e di difesa europea della Ue.

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