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GAZA: MILIONI DI PALESTINESI IN FUGA A RAFAH

L’EGITTO DI SISI ALZA IL PREZZO CON UE E USA

ROMA – Seguendo un copione in gran parte già scritto l’operazione militare israeliana su Gaza si sta trasformando in una sorta di “pulizia etnica” che preoccupa tutta la comunità internazionale e convince gli stessi Stati Uniti a dissociarsi apertamente dalle ultime decisioni di Benjamin Netanyahu che sollecita un’evacuazione massiccia dei civili ammassati a Rafah, nel Sud della striscia di Gaza, prima che anche lì scatti l’annunciata offensiva dell’esercito ebraico contro Hamas.

A Rafah una cittadina della Striscia, dove abitualmente vivono non più di 200 mila palestinesi, si è trasformata ormai in un immenso campo profughi che ospiterebbe circa un milione mezzo di civili (tra cui 600mila bambini) senza cibo né acqua. Ong e associazioni umanitarie hanno lanciato l’allarme (per la fame c’è chi mangia anche l’erba) mentre il presidente dell’Egitto Al Sisi tiene a ricordare che gli unici aiuti umanitari continuano ad arrivare dall’Egitto smentendo la narrazione di Washington secondo la quale solo ora l’Egitto avrebbe “aperto i cancelli”.

Sì, ma aprire i cancelli ma per andare dove? Forse verso un’immensa tendopoli nel Sinai che possa ospitare milioni di palestinesi cacciati da Gaza? Dietro alle dichiarazioni ufficiali vi sarebbero concitate trattative tra il Cairo da una parte e l’Occidente dall’altra per ottenere sostegno politico e soprattutto aiuti economici. Già due mesi va la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen era volata al Cairo per annunciare aiuti europei sull’ordine di 9 miliardi di dollari. Ironia della sorte la stessa cifra che Bruxelles (su pressioni della cancelliera Merkel) stanziò a suo tempo a favore della Turchia di Erdogan perché accogliesse i profughi siriani in fuga dalla guerra invece di abbandonarli al loro destino nelle acque dell’isola di Lesbo. Ma è soprattutto con l’amministrazione americana che Al Sisi sta alzando il prezzo ricordando gli sforzi già compiuti per combattere il radicalismo islamico dei Fratelli musulmani ideologicamente molto vicini ad Hamas.

Ma andiamo con ordine: il premier israeliano ha reso noto che i militari stano predisponendo un piano per evacuare la popolazione concentrata nel Sud della striscia seguendo peraltro le stesse direttive israeliane che avevano definito quella ziona al confine con l’Egitto “sicura”. Tsahal dovrà realizzare un doppio piano: da una parte lo sfollamento dei civili e dall’altra la completa “bonifica” dell’area da Hamas che dalle informazioni israeliane sarebbe presente lì con quattro battaglioni.

Operazione che suscita particolare allarme a Washington. Il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, John Kirby ha affermato che un’offensiva di terra israeliana a Rafah, almeno in queste condizioni, “non è qualcosa che sosterremmo”. Per Vedant Patel, portavoce del dipartimento di Stato “portare avanti un’offensiva del genere adesso, senza pianificazione e poca riflessione in un’area dove trovano rifugio un milione di persone, sarebbe un disastro”. E lo stesso presidente americano Joe Biden ha definito l’offensiva su Gaza “esagerata” aggiungendo che nella Striscia “ci sono molte persone innocenti che muoiono di fame, molte persone innocenti che sono nei guai e stanno morendo”.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha avvertito Israele che il suo piano per un’operazione militare contro Rafah “aumentera’ esponenzialmente quello che e’ gia’ un incubo umanitario con conseguenze regionali indicibili”. Secondo Guterres “meta’ della popolazione di Gaza 1,4 milioni di palestinesi sono attualmente a Rafah senza un posto sicuro dove andare, rischiando di morire di fame”. Anche per l’Alto rappresentante della politica estera della Ue Josep Borrell “un’offensiva militare israeliana su Rafah avrebbe conseguenze catastrofiche, aggravando la già disastrosa situazione umanitaria e l’insopportabile tributo di civili”.

Dal Cairo l’ufficio del presidente Al Sisi ha tenuto a ricordare che “il lavoro congiunto tra Il Cairo e Washington continua per raggiungere un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza”. Nella nota si legge anche che “l’Egitto ha aperto il valico di Rafah dal primo momento senza condizioni o restrizioni e ha mobilitato una grande quantita’ di aiuti umanitari. Abbiamo fatto pressioni su tutte le parti interessate affinche’ portassero gli aiuti nella Striscia”.

Sui rapporti con gli Stati Uniti è intervenuto direttamente lo stesso presidente egiziano negando di essersi inizialmente opposto all’ingresso di aiuti umanitari a Gaza attraverso il valico di Rafah, fino a quando il presidente Biden non lo avrebbe convinto. “L’80% degli aiuti che arrivano alla Striscia di Gaza – ha ricordato Al Sisi – provengono dall’Egitto che fin dall’inizio del conflitto nella Striscia ha aperto il valico di Rafah senza condizioni ne’ restrizioni e ha mobilitato massicci aiuti umanitari e soccorsi” Biden si era invece preso il merito di aver convinto al-Sisi (che aveva erroneamente chiamato presidente del Messico) ad aprire il valico di Rafah. “Ho parlato con lui. L’ho convinto ad aprire il cancello” aveva detto Biden in conferenza stampa.

L’Egitto non sta portando verso Rafah solo aiuti umanitari. Nelle ultime due settimane ha concentrato 40 carri armati e mezzi corazzati nel Nord-est del Sinai nell’ambito di misure volte a rafforzare la sicurezza al confine con Gaza. Un dispiegamento avvenuto prima dell’espansione delle operazioni militari israeliane nel Sud della Striscia. E dall’Egitto continua intanto il ponte aereo dell’Unità di crisi della Farnesina e del ministero della Difesa che anche ieri ha riportato in Italia con un volo dell’Aeronautica militare per cure mediche alcuni bambini palestinesi. Alla fine saranno circa cento i bambini ricoverati nei nostri ospedali. Ma di un’efficace azione politico-diplomatica italiana sul Governo israeliano d’intesa con gli altri Paesi europei per porre fine al massacro non vi è traccia alcuna.

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