Migranti: perchè il “pistolero” di Macerata sta oscurando le politiche del Governo

Come era ampiamente prevedibile il confronto elettorale si è ormai impadronito del tema migratorio trasformandolo nel primo punto in agenda per molti partiti. Si è così di fatto impedita un’analisi lucida – e soprattutto non ideologica – sui risultati ottenuti negli ultimi mesi sul fronte del controllo delle frontiere esterne e sulla gestione dei flussi di migranti.

I fatti di Macerata hanno aggravato questa tendenza con la Lega e Fratelli d’Italia a sollecitare un cambio di rotta radicale nelle politiche di accoglienza, Silvio Berlusconi che promette 600mila rimpatri (quasi impossibile realzzarli) e il Pd a rivendicare con Renzi i risultati degli accordi del 2 febbraio 2017 con la Libia e il salvataggio di migliaia di vite umane nel canale di Sicilia.

La strategia del Governo Gentiloni, anche in questa fase finale deli “affari correnti”, si incentra sui rimpatri volontari, sulla distribuzione tra tutti i Paesi europei degli effettivi richiedenti asilo e la realizzazione di corridoi umanitari dai campi di raccolta libici. Il dato più confortante è che nei primi giorni di febbraio non si sono registrati nuovi arrivi di migranti dalla Libia mentre in gennaio erano sbarcati ini 2700 rispetto ai 4000 del gennaio 2017.

Si segnala invece un aumento degli arrivi dalla Tunisia con il quale però esiste da tempo un accordo di riammissione. Non è escluso, però, che vi sia il tentativo delle autorità tunisine di sfruttare questi esodi per chiedere aiuti all’Italia e a Bruxelles così quelli varati dalla Ue alla la Turchia per bloccare le rotte dell’Egeo.

L’accordo raggiunto il 2 febbraio dell’anno scorso dal ministro dell’Interno, Marco Minniti, con il premier libico Fayez al-Serraj si basava su una scommessa: sia pure in una situazione di grande instabilità per le divisioni tra Tripoli e la Cirenaica controllata dal generale Haftar c’era lo spazio per lavorare con le autorità esistenti nel contrasto ai trafficanti di uomini contribuendo in questo modo alla stabilizzazione politica.

“Un ciclo virtuoso – dice l’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone – che si è tradotto in una nuova capacità delle autorità locali a gestire il fenomeno: nel 2017 sono stati circa 20mila i rimpatri volontari finanziati col contributo delle Nazioni Unite, abbiamo rafforzato gli strumenti operativi dei libici consegnando sette delle dieci motovedette previste dai vecchi accordi, è stato realizzato un corridoio umanitario per 70 richiedenti asilo e un secondo verrà effettuato a giorni, la situazione nei campi è nettamente migliorata ed è meno emergenziale per il ridotto numero dei migranti dei campi dove stiamo pensando di realizzare programmi insieme ad Ong italiane”.

L’ ambasciatore italiano a Tripoli Giuseppe Perrone

Sulle frontiere terrestri del Sud i progressi sono invece più lenti nonostante gli accordi con le tribù locali. È in corso la messa in sicurezza delle frontiere meridionali sulla base di programmi d’azione finanziati dall’Unione europea e a breve è prevista una missione per verificare la situazione. Il coinvolgimento dell’Unione europea e di molti Paesi africani nella gestione dei flussi è del resto essenziale come emerso martedì scorso nel corso della seconda conferenza tenutasi alla Farnesina sui Paesi di transito dei migranti.

Particolare attenzione viene riservata al Niger. Il ministro degli Esteri, Angelino Alfano ha segnalato che si è passati dai 330mila migranti partiti da quel Paese nel 2016 a 60mila nel 2017. L’Italia ha investito per il Niger oltre 100 milioni di euro nell’ultimo anno mentre per il 2018-2019 l’Italia finanzierà con 80 milioni il fondo Africa destinato a progetti di sviluppo economico.

Interrompere ora queste azioni positive, segnala l’ambasciatore italiano a Tripoli Perrone, “rischia di tradursi in un’ immediata e pericolosa ripresa delle partenze verso l’Italia”. E del resto, spiega Guido Bolaffi, già stretto collaboratore di molti ministri di diversi partiti (da Livia Turco a Roberto Maroni) e attuale direttore dell’agenzia West “non ha senso cancellare le leggi sull’immigrazione a ogni cambio di governo, nessun Paese si comporta così, si cambiano e si aggiornano solo alcune parti: dire come fa qualcuno che non deve più entrare più nessuno in Italia rimette di fatto nelle mani dei trafficanti il governo delle politiche migratorie”.