Marco Minniti, ovvero “l’ordine delle cose”

L’attuale ministro degli Interni Domenico Minniti detto “Marco” nasce, è ormai universalmente noto, in una famiglia di alti ufficiali dell’Aeronautica.

Nasce in una regione politicamente e socialmente complessa, la Calabria.

Non è certo mai possibile studiare il punto di svolta in cui una vita si inarca verso il suo destino, ma certamente le esperienze di un giovanissimo Minniti in una Calabria del “boia chi molla” e di tanti, troppi delitti della ‘ndrangheta, distributrice del vero potere, economico e politico, nella Regione, non possono non essere decisive.

L’assassinio da parte della ‘ndrangheta di un suo compagno e amico personale, Giuseppe Valarioti, avvenuto nel 1980, un professore di liceo che era segretario della sezione del PCI di Rosarno, oltre che coordinatore del Partito nella Piana di Gioia Tauro, è certamente uno dei momenti di grande trasformazione politica e personale del futuro ministro degli Interni.

Studia filosofia e lettere classiche, un ottimo inizio non solo per una carriera politica ma anche e soprattutto, e ciò non sembri strano, per svolgere al meglio l’attività stessa dell’ intelligence. I servizi britannici erano soliti reclutare archeologi, filosofi, perfino storici dell’arte, non solo tecnici e scienziati.

Si pensi a Doughty, a Trevelyan, al più famoso Lawrence.

Poi, vi è l’arrivo di Minniti, con il governo di Massimo d’Alema, un altro laureando in filosofia che, invece, aveva studiato per la tesi Piero Sraffa, alla Presidenza del Consiglio e soprattutto alla cura dei Servizi.

D’Alema va al potere, su precisa indicazione di Francesco Cossiga, che per quel governo pensava ad un vero e proprio governo di legislatura, per bombardare la Serbia.

Romano Prodi era assolutamente in disaccordo con la politica Usa e Nato nei Balcani, e non aveva torto; e il professore bolognese non accettò l’offerta che Cossiga gli porgeva di fare un nuovo esecutivo.

Fu Massimo D’Alema a far iniziare i bombardamenti sulla Serbia prima del voto del Parlamento; ed è proprio questo che gli ha procurato, allo studioso di Piero Sraffa, la imperitura gratitudine di Bill Clinton.

Anche durante la recente riunione del settembre 2016 della Clinton Foundation, alla presenza, immaginiamo non molto gradita da Massimo, di Matteo Renzi, il comunista che aveva accettato di bombardare Belgrado era in primissima fila.

Il “nuovo ordine mondiale” premeva sulla penisola balcanica, occorreva quindi, agli Usa, chiudere ogni spazio alla Russia e, nel frattempo, frazionare in micro stati mai autosufficienti tutta l’area.

Non sappiamo perché, a dire il vero, D’Alema abbia accettato supinamente un diktat dell’Alleanza Atlantica che aveva fatto imbufalire storici amici degli Usa come Lamberto Dini.

Ma certamente il leader della sinistra, arrivato al governo, voleva cancellare ogni macchia di antiatlantismo e ancorare, e il concetto è del tutto ragionevole, il nuovo orizzonte della sinistra italiana post-PCI al mondo occidnetale, senza ambiguità di sorta.

Ora, i rapporti tra D’Alema e Minniti sono scarsi e poco amichevoli, basti pensare alla battuta che Massimo ha regalato al ministro degli Interni, relegandolo a mero “tecnico della sicurezza”, piuttosto che a politico.

Invidia? Certamente. Paura che la linea di Minniti sfondi a destra ma abbandoni buona parte dell’elettorato storico della sinistra a sé stesso? Anche.

D’Alema, con il cinismo dei veri comunisti, accettò in quel momento l’incarico, che gli era stato richiesto da parte di Francesco Cossiga e quindi si unisce agli sforzi della NATO per bombardare il regime di Milosevic.

Per  Marco Minniti, inizia la conoscenza diretta, dal Palazzo, della struttura dei Servizi, che analizzerà come sottosegretario alla Difesa nel secondo governo di Giuliano Amato, viceministro al Viminale nel secondo governo Prodi, poi con l’incarico di Autorità Delegata ai Servizi nel governo di Enrico Letta e il mantenimento dello stesso incarico in quello di Matteo Renzi.

Un uomo, l’attuale ministro degli Interni, notoriamente stimato professionalmente dai Servizi, che conosce la logica specifica del loro funzionamento, che ha saputo infine mediare, non sempre a favore della classe politica, tra la Struttura e il Governo.

Caso rarissimo, nella storia recente d’Italia. Altre Autorità Delegate o, peggio, altri “ministri della forza”, come li chiamano i russi, non hanno avuto lo stesso trattamento da parte delle Agenzie.

Ma è bene forse fare ora una piccola nota sullo strano rapporto tra intelligence italiana e Partito Comunista Italiano.

Fu infatti un dirigente milanese del PCI, poi inquisito per “Mani Pulite”, a far sapere al cancelliere tedesco Helmut Schmidt che gli SS-20 sovietici in fase di spiegamento, nella famosa “battaglia degli euromissili”, avevano carattere puramente offensivo e di attacco.

Mitterand, in quella fase, parla di due nemici: “i pacifisti ad Ovest e i missili ad Est”.

De Lorenzo, lo ricordiamo, va alla direzione del SID con l’approvazione esplicita del PCI, tutti gli alti dirigenti del Servizio hanno costanti rapporti informali con i delegati di Botteghe Oscure alla sicurezza, il Partito infine comunica, anche riferendo questioni provenienti dall’Est, con tutti i governi della Prima Repubblica.

Il patto tra Partito Comunista  e i vari Governi, per quanto riguarda l’intelligence,  si cementa infine quando la sinistra DC si unisce al resto del vecchio PCI. Una unione che si materializza sul cadavere della vecchia struttura della NATO  Stay Behind, ovvero “Gladio”.

Se prima, nella Prima Repubblica, l’intelligence italiana era un luogo di grandissime professionalità, ma soprattutto di formazione quasi sempre militare e di rapido “ritorno ai reparti”; con la Seconda Repubblica, e il processo inizia appieno con la presenza di Minniti come Autorità Delegata i nuovi Servizi, riformati nel 2007 con una brutta e ormai obsoleta normativa, le Agenzie diventano assi centrali per tutto il decision making italiano, quando c’è.

Il ministro Minniti che, come accade ai buoni studiosi di filosofia, è un ottimo realizzatore, ha sempre impresso ai nostri Servizi un forte carattere di soft power e una spinta all’innovazione culturale, scientifica, tecnologica.

Le numerose presentazioni che l’intelligence italiana ha compiuto nelle università e in alcune scuole sono quindi il segno di un aggiornamento della cultura del Servizio, ma anche e soprattutto di un rilievo, come ama ripetere lo stesso Ministro degli Interni, che vede l’intelligence al posto centrale nel processo decisionale degli Esecutivi.

Un “reparto di super-élite”, così lo ha disegnato Minniti, che elabora le linee sia nella politica estera che in quella interna, con idee e suggerimenti che non si possono leggere solo sui giornali, come oggi fanno tanti politicanti, anche se la logica sottile della Open Source Intelligence è più necessaria che mai dato che, come diceva Hegel, “l’essenza deve apparire”.

Allora, come ha reagito il ministro Minniti alla crisi libica?

Con la riproposizione, dopo l’inutile dèfilé di Al Serraj e Khalifa Haftar con Macron, del vecchio modello di protezione a distanza della Libia che, fin dal golpe, da noi favorito, di Gheddafi ha caratterizzato i rapporti con la nostra ex-colonia.

Prima era uno solo, ora saranno almeno due, ma non è questo il problema principale. I finanziamenti italiani al governo di Accordo Nazionale di Al Serraj e il riarmo della Guardia Costiera libica, l’incontro recente con il capo di “Operazione Dignità” Haftar nell’ufficio di quest’ultimo a Bengasi e il rapido silenziamento delle varie e spesso presunte ONG attive sul mare tra Libia e Sicilia sono, quindi, tutti elementi di un medesimo progetto.

Se quello che oggi è previsto andrà in porto, l’Italia farà da mediatore unico tra le due aree maggiori del sistema politico libico e manterrà rapporti economici, strategici, militari e di intelligence con i due tronconi libici, occidentale e orientale,  nati dal folle tentativo di Francia e Gran Bretagna di utilizzare i jihadisti per far fuori il “tiranno” della Sirte; in un quadro di “primavera araba” in cui gli Usa si sono aggregati tardi e male.

Il problema vero era di farci fuori l’ENI, almeno per Sarkozy, e di vendicare, per Londra, tutti i lutti antichi, soprattutto finanziari, che Gheddafi aveva inferto agli “achei” britannici.

Il problema, ha pensato giustamente il ministro, è strategico prima che politico: si tratta, sempre secondo Minniti, di risolvere la questione dei migranti “da terra”, dall’Africa, piuttosto che dal mare.

Anche da questo si evince un criterio, con il quale è difficile non essere d’accordo, secondo il quale “è l’Europa che si specchia nell’Africa e viceversa”.

Se il continente nero si stabilizza e ricomincia a crescere, allora le cose andranno bene anche per noi europei, altrimenti il vecchio continente non avrà modo di svilupparsi e, peggio ancora, dovrà accollarsi tutte quelle colossali asimmetrie economiche, di rappresentanza democratica, di crisi alimentari e demografiche che, probabilmente, ci faranno crollare sotto il loro peso.

Viene qui in mente un film proiettato all’ultimo Festival di Venezia, “l’ordine delle cose”, di Andrea Segre. E’ la storia di un alto funzionario del Ministero degli Interni che, nel contrasto all’immigrazione clandestina in Libia, conosce una donna somala, Swada, che vuole raggiungere il marito in Europa.

Nasce il contrasto tra l’istinto umano del dirigente e la norma, tra la legge dello Stato e quella che la filosofia politica settecentesca definiva “naturale”.

Il tema eterno di Antigone. “L’ordine delle cose”.

Siamo certi che il ministro Minniti può mettere insieme la legge dentro di me e il cielo stellato, per riprendere la vecchia frase di Kant, ma solo in un ambito strettamente politico.

Marco Minniti è un homo politicus, nel senso migliore del termine, quanti altri mai.

L’analisi di Marco Giaconi, Analista strategico e docente IASSP, Istituto Alti Studi Strategici e Politici per la Leadership di Milano, per MappeMondo – Blog di Gerardo Pelosi