Perché Gentiloni non ha superato il test Libia

Come diceva Von Bismarck, “tutta la politica è politica estera”. I governi diretti da Mario Monti in poi, in questa triste, comica e finale “seconda repubblica”, si sono distinti infatti per l’efferata e permanente incapacità di comprendere alcunché di quel che accadeva fuori dai loro vincoli di bilancio e dalle chiacchiere europeistiche e pseudofinanziarie.

La politica estera italiana, tutta fatta in un coro di Unioni, Organizzazioni Internazionali, Diritti Universali, Paci Perpetue si è poi vendicata subito proprio contro l’Italia, un po’ come l’Esseno della voce sulle “leggi” del Dizionario Filosofico di Voltaire quando  si meraviglia che la realtà non funzioni come quella Bibbia che ha “conficcata nella testa”.

Il servo esseno finirà sul patibolo, noi stiamo finendo nel ridicolo. Per una nazione, è perfino peggio.

Vediamo allora come è andata in Libia con Emmanuel Macron, giovane Presidente che ha lo sguardo di uno che vuole fare ancora carriera.

L’attuale Presidente francese ha ereditato l’errore di Nicholas Sarkozy e l’ha reso poi oggi un piccolo capolavoro diplomatico.

Il politico vero, come un mago cinese, “crea qualcosa dal nulla”.

Nessuno però sa bene, ancora oggi, perché l’allora Presidente neogollista abbia sferrato un attacco al rais di Tripoli.

Anche Wikileaks non ci risolve la questione.

Sarkozy voleva rimettere in circolo la sua Union pur la Méditerranée? Non c’era bisogno di una guerra a Gheddafi.

Voleva i pozzi dell’ENI per la sua amata Total? Si poteva fare altrimenti.

Voleva, infine, creare una immagine facilissima di vincitore in Libia, per sostenere i sondaggi che lo davano in nettissimo calo? Non fu facilissimo, comunque, ma non ebbe il sostegno del popolo francese.

Voleva, infine e davvero, evitare di pagare i fortissimi debiti che aveva contratto, per pagare le sue campagne elettorali, proprio con Gheddafi?

Nessuno saprà mai la scelta strategica di colui che Berlusconi aveva liquidato come “il mio avvocato francese”.

E allora? Un disastro irresolubile, ecco l’ipotesi più probabile, prodotto dalla bischeraggine democratista e poi sostenuto da pseudointellettuali dalla fama inversamente proporzionale al loro merito culturale.

Ma molto snob, ci mancherebbe altro.

Però  Macron ha cambiato oggi le carte in tavola, attendendo, come un serpente, il momento più basso della percezione, da parte della politica italiana, del proprio interesse nazionale.

Nella visita di Minniti, ministro degli Interni, del 15 maggio scorso, il governo italiano ha accettato di sostenere la Guardia Costiera libica del governo di Tripoli e di Al Serraj, un governo che non controlla nemmeno la zona in cui si è insediato.

Noi paghiamo, altri si prendono il ruolo strategico che dovrebbe essere nostro.

Non importa che l’ONU lo ritenga, il governo di Al Serraj,  quello “legittimo”, il problema è che si tratta di un “profeta disarmato” che, a noi lettori di Machiavelli, fa poco effetto.

L’idea di favorire al Serraj, che sembra il più antiislamista del panorama libico, è piuttosto strana.

E non è nemmeno vero che sia “antislamista”, al Serraj non controlla affatto le milizie jihadiste di Bengazi e Derna, non muove foglia con la “Milizia per la Difesa di Bengazi”, che controlla i siti petroliferi di Ras Lanuf e al Sider, oggi ripresi da Haftar.

Al Serraj arriva poi a Tripoli il 30 maggio 2016, in nave, l’aeroporto di Mitiga non era affatto sicuro.

TV oscurate, spari nelle strade, arrivo da Sfax del nuovo capo del governo filo-ONU e guerra per bande sul terreno, dirette soprattutto da Khalifa Gwell, altro leader a Tripoli, per non parlare della evidente tensione mostrata dalle varie milizie, tra Misurata e quelle di Brega.

L’Onu è quindi  una Bibbia per esseni ingenui, che finiranno molto probabilmente impiccati.

Ma Serraj e Khalifa Haftar sono in questi giorni perfettamente a loro agio,  a Parigi-Celle Saint Cloud.

Ovvio: il primo ha ripreso un ruolo di prestigio che, a parte le chiacchiere onusiane, nessuno gli concedeva davvero.

L’altro, Khalifa Haftar, diviene un leader globale di tutta la Libia e può concorrere alla definizione di un nuovo, efficace, governo nazionale.

L’accordo stipulato  in Francia prevede, per la cronaca, un cessate-il-fuoco con successiva organizzazione di elezioni politiche, che il documento di Saint Cloud prevede si possano tenere alla fine del 2018.

Come è noto, i due contendenti si sono già incontrati ad Abu Dhabi lo scorso maggio.

In quel caso, l’idea era stata degli Emirati, sostenuti in questa operazione da Russia e Usa.

Basterebbe che Al Serraj fosse disposto a riconoscere un ruolo determinante al generale della Cirenaica, che tutto potrebbe risolversi molto facilmente.

Ma il titolare di Tripoli ha evidentemente paura del leader di “Operazione Dignità”, e non lascerà certo la presa.

Roma, oggi, a parte gli obiettivi dell’ENI, non necessariamente convergenti con quelli del governo italiano, ammesso che ne abbia, non riesce a pensare la Libia.

Risolvere la crisi dei migranti è certo un obiettivo, ma bisogna a questo punto sapere con chi si tratta e per cosa.

Come? Pagando la Guardia Costiera di Al Serraj?

Bravi, e noi come possiamo controllarla, dato che si tratta di una Forza Armata senza un vero e proprio Stato alle spalle?

Haftar è poi ritenuto sempre un nemico, dall’infantilismo geopolitico attuale, sia in UE che in Italia.

Inoltre, l’Italia vuole (vorrebbe) ricomporre l’unità dello stato libico e, come al solito, imporre la famosa “democrazia”.

Con quali forze? Con quali leader? Chi è il più “democratico” tra i capi militari e tribali?  A noi interessa la stabilità della Libia, non la sua lettura di massa delle opere di  Rousseau.

Carenze evidenti di analisi, incertezze nella linea politica, hanno evitato che, a suo tempo, vi fosse per l’Italia un mix razionale tra azioni diplomatiche, Servizi e potentissimi agenti di influenza, che avrebbero cambiato la situazione sul campo.

Ecco, ora i dilettanti allo sbaraglio si godranno i frutti, amarissimi, della loro superficialità.

L’analisi di Marco Giaconi, Analista strategico e docente IASSP, Istituto Alti Studi Strategici e Politici per la Leadership di Milano, per MappeMondo – Blog di Gerardo Pelosi