La strana liberazione del figlio del Rais

Si tinge sempre più di di giallo la misteriosa “liberazione” di Saif al Islam (La Spada dell’Islam), 44 anni secondogenito e figlio prediletto del deposto leader libico, Muammar Gheddafi.

C’è in gioco, dietro la “liberazione”, tutta la sfrenata ambizione di potenza del generale Haftar che, in antitesi al premier di Tripoli, Fayez al Serraj, controlla la parte orientale del Paese  in Cirenaica con l’appoggio del suo grande sponsor, il  presidente egiziano Al Sisi. Ma c’è anche il ruolo coperto (e ancora tutto da decifrare) di Paesi europei come la Francia o il Regno Unito dove Saif da giovane ha studiato laureandosi nella prestigiosa London School of  Economics.

Liberazione avvenuta venerdì

La “liberazione” dopo cinque anni di detenzione sarebbe  avvenuta venerdì da parte della Brigata “Abu Bakr al  Siddiq” che lo aveva catturato nel 2011 in pieno deserto  un mese dopo il linciaggio di suo padre e di suo fratello  Mutassim mentre si dirigeva probabilmente verso il Niger  dove già avevano trovato riparo altri membri della  famiglia. Né la brigata Abu Bakr né l’avvocato di Saif, Khaled al Zaidi, hanno confermato dove si trovi attualmente Saif.

In una nota si precisa solo che “ha lasciato la città di Zintan”. Secondo la Bbc si troverebbe a Tobruk, nell’est della Libia. Il quotidiano online Libyan Express riferisce di un trasferimento a Beida, in Cirenaica, nell’area orientale del Paese. Il sito Libya Observer sostiene, invece, che “il rilascio versa altra benzina sull’incendio in corso nel  Paese”.  Anche il sito della tv degli Emirati, Al Arabiya, citando “fonti vicine a Saif” afferma che il  figlio del dittatore sta viaggiando verso la Cirenaica:  “Le stesse fonti hanno evocato la possibilità che ‘Saif  al-Islam si installi, dopo aver ottenuto ufficialmente la  libertà, nella città di Beida dove ci sono i suoi zii  maternì” e dove farà “un discorso ai libici nei tempi che  ritiene opportuni”, scrive il sito dell’emittente di  Dubai.

L’amnistia e la Corte penale internazionale

Saif era stato condannato a morte in contumacia per fucilazione da un tribunale di Tripoli per crimini contro l’umanità commessi guidando la repressione alla rivolta contro il colonnello Gheddafi. La “liberazione” venerdì scorso di Saif sarebbe però avvenuta grazie a  “un’amnistia approvata dal parlamento di Tobruk“, che  contende il potere al governo di Fayez al Sarraj  riconosciuto dall’Onu. Secondo il sito Al Wasat il procuratore generale libico ad interim, Ibrahim Massoud, ha ricordato che Saif al-Islam Gheddafi “è ricercato dalla giustizia” in seguito alla “condanna in contumacia” che gli è stata inflitta il 28 luglio 2015. “La legge sull’amnistia può essere applicata” attraverso  “procedure” che “solo il potere giudiziario ha la  competenza di seguire”, ha dichiarato inoltre l’alto  magistrato. Il riferimento è al fatto che il figlio del  defunto dittatore è stato scarcerato da una milizia che  peraltro non ha l’appoggio neanche del Consiglio  municipale né di quello militare della città in cui è  basata, Zintan.

Il procuratore generale, nel ricordare che “la Corte penale internazionale” ricerca Saif  Gheddafi “per crimini contro l’umanità”, ha esortato  “tutti gli organi e istituzioni ufficiali dello Stato a  rispettare le prerogative del potere giudiziario”. Le “autorità libiche sono obbligate a consegnarlo al  Tribunale e devono immediatamente confermare dove si  trova adesso”, riferisce in una nota la responsabile per  il Medio oriente di Human Right Watch Sarah Leah Whitson,  ricordando che sulla testa di Saif continua a pendere  l’accusa di crimini contro l’umanità.

Il ruolo di Haftar

Il generale che controlla Tobruk e la Cirenaica, nella sua strategia di potere, vorrebbe contare anche sugli ex  gheddafiani, i più fieri oppositori di quelle milizie  legate al fronte filo islamico di Tripoli che ebbero un  ruolo decisivo nella rivoluzione del 2011. In un’intervista in gennaio Haftar aveva sostenuto che “il figlio di Gheddafi dovrebbe avere tutte le libertà di qualsiasi cittadino libico ma politicamente non credo conti più nulla“. La liberazione di Saif potrebbe  quindi rientrare in quella strategia di medio termine per  chiamare a raccolta tutte quelle forze utili a  ridimensionare il potere di Tripoli: dai rapporti con i  Warfallah, Warshafanna agli zintani alle tribù Tuareg gli  Obari e quelli di Bani Walid. Con la benedizione del  presidente egiziano Al Sisi che utilizza sempre di più la  lotta all‘Isis e ai radicalismo islamista come strumento  per i suoi disegni egemionici nell’area il generale  Haftar può quindi servirisi anche di Saif anche per  recuperare consensi in quella vasta fetta di società che  a cinque anni dalla rivoluzione guarda con un pò di  nostalgia il periodo in cui il Paese era unito e sicuro  nonostante la dittatura di Gheddafi.

Il ruolo di Parigi per la liberazione di Saadi

Anche nel 2014 per l’estradizione dalla Nigeria di  Saadi, il figlio calciatore di Muammar Gheddafi si parlò  di un ruolo decisivo giocato dalla Francia, ispiratrice  della guerra al rais. Difficile immaginare un altro  Paese diverso dalla Francia in grado di convincere il  Niger a estradare il figlio del colonnello. A Parigi il  Niger vende il suo uranio e da Parigi dipende il suo  futuro economico. Areva, la multinazionale francese che  gestisce le due principali miniere di uranio del Niger,  può contare su un fatturato annuo da  9 miliardi di euro,  quattro volte il prodotto interno lordo del Paese  africano. Ma la Francia non è riuscita a incassare come  avrebbe sperato tutto il dividendo economico della  rivoluzione del 2011. La Total non è riuscita a strappare  i contratti all’Eni più radicata nel Paese e Parigi non  ha avuto l’esclusiva per l’addestramento del futuro   esercito libico  affidato al nostro Paese che oggi, con  le centinaia di medici e i militari della forza di  protezione sono l’unico Paese occidentale che può vantare  nell’area di Misurata i “boots on the ground”.

Ammiraglio Credendino: traffico migranti diventi crimine contro l’umanità

In due anni di attività nel Mediterraneo, la missione Ue  “Sophia” ha soccorso 36mila migranti, neutralizzato 440  imbarcazioni usate dai trafficanti, consegnato 109 sospetti  scafisti alle autorità giudiziarie italiane ed addestrato 130  ufficiali della guardia costiera libica. Questo il bilancio  illustrato la settimana scorsa dal comandante della missione  Eunavfor- Med Sophia, ammiraglio Enrico Credendino, nel corso  di un forum internazionale. “Sophia” – ha spiegato l’ammiraglio – “concluderà il suo mandato il prossimo 27 luglio (è iniziata nel giugno del 2015) e sarà quasi  certamente prorogata fino al 31 dicembre 2018”. Un punto chiave è l’addestramento delle forze di sicurezza libiche “in modo che siano loro stesse in grado di combattere le attività  illecite e salvare vite umane. La formazione continuerà con addestramento a terra in Italia e Spagna: l’obiettivo è formare un migliaio di unità entro i prossimi 12 mesi”.  Quanto al mandato della missione, ha ricordato il  comandante, “è previsto che si passi alla Fase 3 con  l’ingresso in Libia, ma solo dietro invito del Governo libico  e con una nuova risoluzione dell’Onu ed i tempi non sembrano  maturi perché ciò accada”. Infine, l’ammiraglio ha parlato  anche del grande numero di imbarcazioni nelle mani degli  scafisti. “Moltissimi – ha osservato – sono gommoni cinesi  comprati lecitamente su internet; servirebbe un bando della  comunità internazionale per vietarne l’acquisto”. E  soprattutto, ha rilevato Credendino “bisogna trasformare il  traffico di migranti in crimine contro l’umanità. Oggi è un  crimine transnazionale che può essere contrastato solo dal  Paese sul quale produce i suoi effetti, per esempio l’Italia.  Se invece diventa un crimine contro l’umanità ciò impegna tutta la comunità internazionale”.