Dopo Brexit l’Ue è ancora viva

Ue: non è stato “annus horribilis”

Un anno fa, il 23 giugno del 2016, la vittoria di Brexit al  referendum inglese sembrava dare la stura a un “annus  horribilis” per le sorti dell’Unione. In realtà la ventata populista dall’Olanda alla Francia non è riuscita a segnare  un effettivo “regime change” né a spostare gli equilibri  consolidati. Anche l’economia, pur sempre in sofferenza, ha  registrato negli ultimi tempi segni di timida ripresa. Tutto  ciò fa vedere il bicchiere mezzo pieno al premier italiano  Paolo Gentiloni che questa mattina ha riferito alle Camere  sul Consiglio europeo che si riunirà a Bruxelles domani e  dopodomani, a un anno esatto di distanza dal referendum  britannico. “Certo – confessa Gentiloni – viviamo in un clima certamente complicato ma molte delle previsioni di  quelle settimane si sono rivelate infondate”.

L’Europa deve cambiare

L’Europa deve cambiare, dice Gentiloni, “dobbiamo avere la  forza di farla cambiare”. Perché “un anno fa l’Ue era in una sorta di tempesta perfetta, con l’impatto della Brexit, la  crisi migratoria, la crisi economica più grave del dopoguerra  e il conseguente diffondersi di scetticismo. Sembrava diffondersi l’idea che l’Unione non solo non fosse più come  per alcuni decenni era stata considerata la risposta ai  nostri problemi ma fosse l’origine, la causa di tutti i mali,  il bersaglio di tutte le critiche. Ma un anno dopo ci troviamo in uno scenario diverso”. Non c’è stato il crollo  che molti avevano temuto o auspicato, ma non deve esserci  l’illusione che l’Europa se l’è cavata e va bene così. Questo è, secondo Gentiloni, il momento di investire per cambiare e  far crescere il progetto europeo. “L’Unione deve cambiare e dobbiamo avere il coraggio di dire: ci riconosciamo nel  carattere strategico dell’Unione.

Non soffocare la crescita

Per fare questo la crescita “non può essere soffocata da  regole concepite in un periodo diverso, quando sarebbe stato  difficile pensare a una crescita dell’Europa del 2%”. Perché  “non bastano i numeri, non bastano i decimali”, servono  “lavoro, inclusione, crescita: è questo che determina il  successo dell’Unione europea a livello internazionale. Di vincoli e crescita parleranno a metà luglio a Roma i ministri  dell’Economia.

Brexit: Milano si candida per Agenzia del farmaco

“Si potrebbe dire che Brexit più che una campana a morto per  il progetto dell’Ue è stata una robustissima sveglia”  commenta Gentiloni al Senato. Un campanello di allarme che ha  messo il progetto dell’Unione al centro della discussione  pubblica del nostro Continente. Lunedì si sono aperti formalmente i negoziati per l’uscita del Regno Unito e sono  iniziati in un clima in cui chi esce non si presenta al  tavolo con una forza contrattuale particolare. L’Italia,  precisa Gentiloni, non è favorevole né a una hard Brexit né a una soft Brexit ma serve chiarezza nei rapporti tra un  Paese così importante e l’Ue, in particolare sui diritti e  sul destino delle centinaia di migliaia di nostri  concittadini che risiedono nel Regno Unito”. Al vertice Ue  domani sera i 27 prenderanno una decisione sul trasloco delle  agenzie Ue situate in Gran Bretagna. Entro fine luglio i  Paesi interessati a ospitare Ema (Agenzia del farmaco) ed Eba  (Agenzia sulle banche) confermino la loro candidatura, per  metà settembre la Commissione farà la sua valutazione, mentre  a ottobre ci sarà il voto dei 27. Milano, secondo Gentiloni,  è competitiva e ha tutte le carte in regola” per ospitare  l’Ema “e la spinta che cercheremo di dare è che la decisione  avvenga sulla base della qualità tecnica e non di una logica  di compensazione.

Piccoli passi su difesa Ue

“La Difesa comune compirà in questo Consiglio Ue un ulteriore  piccolo passo in avanti” preannuncia Gentiloni. “La Commissione – sottolinea – ha proposto un fondo comune.  Juncker ha parlato della possibilità di risparmiare tra i 25  e i 100 miliardi a seconda dell’intensità e del ritmo nei  bilanci dei diversi Paesi. E’ una cosa importante non solo da  un punto di vista geopolitico ma anche per le economie di  bilancio che possono venire da questa integrazione. Rivendico  che il nostro Governo insieme a quelli di Francia, Germania e  Spagna è stato all’avanguardia nel proporre questo elemento”.

Immigrazione: Italia resta sola

“Sull’immigrazione dobbiamo dirci onestamente che nonostante  qualche passo in avanti la velocità con cui l’Ue si muove sul  terreno delle politiche comuni resta drammaticamente al di  sotto delle esigenze di governo e gestione di questo  fenomeno. Lo diremo apertamente anche a Bruxelles”. Gentiloni  ripete il suo “mantra” anche se può dirsi soddisfatto perché  la Commissione ha annunciato una procedura d’infrazione per i  tre Paesi che non accettano gli impegni sulla relocation. Se  dal vertice dei leader Ue non si attendono veri passi avanti  sulla riforma del regolamento di Dublino, per mancanza di  accordo tra i Paesi Ue, l’Italia chiederà però di superare  l’automatismo secondo il quale tutti i migranti che vengono  salvati nel Mediterraneo centrale siano trasportati sulle sue  coste. L’Italia domanderà di rafforzare la cooperazione nelle  operazioni di ricerca, salvataggio e sbarco, con i Paesi Ue  della sponda nord del Mediterraneo. Sulla Libia l’Italia, ha  insistito Gentiloni, ha aperto una strada assumendoci grandi  responsabilità ma l’Europa è ancora troppo lenta.

Sul clima non si riapre negoziato

Il no di Trump all’accordo di Parigi sul clima non modifica  la posizione Ue. Lo spiega il premer italiano ancora per  qualche mese presidente di turno del G7. “Abbiamo in parte  sulle nostre spalle, non da soli, – dice il presidente del  Consiglio – il compito di tenere aperta la strada che porta a  contrastare il cambiamento climatico secondo una linea che  abbiamo condiviso immediatamente con il presidente Macron e  la Merkel poche ore dopo la decisione Usa di non riconoscersi  più negli accordi di Parigi. La linea è della non  negoziabilità. L’intenzione degli Usa non è negare il tema,  ma ridiscutere gli impegni economici che i grandi Paesi  hanno messo sui fondi per il contenimento degli effetti del cambiamento climatico a favore dei Paesi più poveri”.