Serbia e Kosovo nella UE: il tutoraggio dell’Italia

PRISTINA – E’ l’Italia il Paese che piu’ di tutti gli altri in Europa sta svolgendo un ruolo guida nel favorire il dialogo tra Serbia e Kosovo entrambi impegnati nel processo di avvicinamento alle Ue. Mentre a Sofia al vertice sui Balcani occidentali (15 anni dopo quello di Salonicco) l’Alto rappresentante per la politica estera e di difesa europea Federica Mogherini metteva uno di fronte all’altro il presidente serbo, Aleksandar Vucic e quello kosovaro, Hashim Thaci, a Pristina, nella base di Camp Film city (la vecchia Cinecittà della ex Jugoslavia) il generale italiano, Salvatore Cuoci comandante del contingente Nato Kfor monitorava gli ultimi sviluppi di un’effervescente situazione politica locale. Con luci e ombre e con spazi sempre più ampi alla formazione “Vet e Vendeosije (Autodeterminazione) partito molto simile ai nostri Cinque Stelle che, richiamandosi alla Grande Albania, punta a dare voce alle istanze delle nuove generazioni (il 60% della popolazione è sotto i 30 anni) che vogliono chiudere definitivamente con il passato e la guerra.

Alla Mogherini Vucic ha ribadito la disponibilità al dialogo attirandosi anche le critiche dei partiti più nazionalisti di Belgrado ma ricordando che “tale dialogo presuppone la disponibilità dell’altra parte al compromesso”. E’ un fatto che la questione del Kosovo resta l’unico serio ostacolo nel cammino della Serbia verso l’integrazione nell’Unione europea. E rischia perfino di creare seri problemi a tutte le forme di autonomia europee a cominciare dalla Catalogna come la sedia vuota del premier spagnolo Rajoy a Sofia sta a dimostrare.
In questo contesto l’Italia ha svolto da anni un ruolo di facilitatore. I nostri militari sono stati apprezzati da entrambe le parti e al monastero ortodosso di Decani la protezione è ancora affidata a una pattuglia italiana. La situazione sul terreno va comunque migliorando e per questo dai 55mila uomini della Nato iniziali si è passati ora a circa 4000 (di cui un migliaio italiani). Una delle nuove sfide che il comando a guida italiana sta gestendo riguarda il fenomeno dei “foreign fighters”. Il generale Cuoci ha organizzato nell’aprile scorso un workshop sul terrorismo al quale hanno partecipato esperti ed autorità del Kosovo, Montenegro, Albania, Macedonia. “E’ una delle grandi sfide che si trova ad affrontare il Paese – dice a Il Sole 24 ore il comandante della Kfor Salvatore Cuoci – i 350 foreign fighters individuati nel Kosovo come rateo rappresentano la quota più alta d’Europa rispetto alla popolazione ma circa un centinaio sono reclusi in galera e per gli altri sono in corso programmi di deradicalizzazione; c’è la molla religiosa ma un fattore importante è anche quello economico; è comunque una presenza che monitoriamo attentamente anche con la collaborazione dell’unità dei nostri carabinieri”.

Il generale Cuoci è il nono comandante italiano della Kfor e il quinto consecutivo a testimonianza del ruolo che viene assegnato alle forze italiane per garantire in 18 anni la pacificazione e la prevenzione di conflitti nell’area. “Al nostro Paese è riconosciuta una capacità di leadership”, osserva Cuoci ricordando che si tratta al momento dell’unica missione Nato a comando nazionale italiano. Molte restano le sfide che il Paese si trova ad affrontare e che richiedono un monitoraggio costante della Kfor : dal via libera all’Associazione delle comunità serbe in Kosovo alla trasformazione delle forze di sicurezza del Kosovo (una sorta di protezione civile) in vere e proprie forze armate (Kaf) nel rispetto delle procedure costituzionali e della risoluzione 1244 dell’Onu che vieta la ricostituzione delle unità combattenti Uck. Al momento, aggiunge Cuoci, non vi è alcun piano per una riduzione della Kfor. Si tratta di una missione “under conditions” ossia il Consiglio Atlantico valuterà se e quando ridurre il contingente sulla base delle situazioni che si presenteranno.

Quanto al processo di avvicinamento della Serbia alla Ue e alla Nato il Kosovo si trova in una regione composta da Paesi che fanno già parte della Nato, come Montenegro e Albania, o che aspirano a diventarlo. “La Nato – osserva Cuoci – rispetta la neutralità militare della Serbia e c’è una volontà di cooperazione a 360 gradi”. Ma “cambiare la narrativa del passato è ora una sfida affidata ai due presidenti, Hashim Thaci e Aleksandar Vucic”, sostiene il comandante della Kfor.

A parlare italiano non è qui solo il comando della Kfor, C’è la Multinational specialised unit (MSU) dei Carabinieri affidata al colonnello Marco Di Stefano e il Multinational battle group West (MNBG-W), di Pec che comprende oltre alle forze italiane anche quelle di Austria, Moldova e Slovenia attualmente sotto il comando del colonnello Ettore Gagliardi del 185mo Reggimento artiglieria paracadutisti “Folgore”. I militari di Italia, Austria, Moldova e Slovenia vedono fra i vari compiti anche quello di vigilare e di proteggere il monastero ortodosso di Decani in qualità di first responder (primo responsabile). Impegno italiano anche nel Joint regional detachment-centre (JRD-C) affidato al colonnello Bajata che opera con 10 team di collegamento e monitoraggio chiamati Liaison monitoring team (LMT) che svolgono la parte non strettamente militare dell’attività della Kfor lavorando a stretto contatto con le istituzioni locali per attività sul campo come quella nelle scuole dell’obbligo, dove distribuiscono la rivista “4U”, dedicata ai giovani e pubblicata in serbo, albanese, inglese e braille. La missione Nato pubblica anche la rivista “Kfor chronicle”, e dalla base di Camp Film city vengono mandati in onda i programmi di “Radio K4”, fra le emittenti più seguite in Kosovo, in lingua serba e albanese. C’è molta musica ma niente politica.