Il Jihad balcanico

Se il Daesh-Isis non si è affatto sciolto e, anzi, si sta rafforzando in alcune nuove aree di intervento, ciò si deve al fatto che esso serve, come Arlecchino, due e più padroni.

Il “califfato” sirio-iracheno è soprattutto uno strumento per chi vuole frazionare la Siria, interdire al mondo sciita la sue espansione verso il Mediterraneo, costringere, infine, anche le distratte potenze occidentali ad una guerra lunga, costosa e sempre più impopolare.

Le sacche di reclutamento del jihad sono, da sempre, le aree remote e secondarie dell’Islam. Il centro della guerra islamica è là dove si apre lo scontro, la sua periferia è dove l’attrito tra l’Islam e gli altri è silente.

Quindi i Balcani, soprattutto, poi alcune zone del Maghreb, il Sinai naturalmente, oggi ancora alcune zone dell’Africa Subsahariana, infine le faglie di attrito violento tra l’islam e le altre religioni o etnie in Asia.

Banda Aceh, Filippine, Malaysia, poi Xingkiang. Il jihad “della parola” unifica le motivazioni e le linee di condotta, quello “della spada” concentra i volontari là dove servono di più. Ma il jihad è una guerra asimmetrica, certo, ma anche polimorfa.

Se in un luogo si manifesta pienamente, ciò vuol dire che si sta già preparando un nuovo focolaio e, successivamente, ancora un altro. E’ il tempo che domina lo spazio, per usare le vecchie categorie clausewitziane. La periferia coranica porta dunque i “volontari”, il centro geopolitico del jihad, ovvero là dove temporaneamente si manifesta,  li utilizza. Quindi, non dobbiamo certo meravigliarci della rilevanza e, soprattutto, della persistenza dell’Islam jihadista nei Balcani.

Terra di attriti quasi eterni, area poi in cui si è sperimentata la nuova e postmoderna frammentazione etnicista della antica repubblica yugoslava titina, zona infine dove l’Islam militante e violento si è caratterizzato, ben prima che arrivassimo al 9/11, come autonomo soggetto politico e militare. E’ Aljia Izetbegovic, già sindaco di Serajevo, che viene presentato come “moderato” dagli Usa, ma è lui quello che, in un carcere titino, scrive un testo da un titolo destinato a tragica fortuna: “fondamentalismo islamico”.

Tra il 1992 e il 1998 i soli sauditi spendono oltre un miliardo di dollari in Bosnia per la “cultura islamica”.  Per non parlare degli altri Paesi del Golfo, a cui si aggiungono le nazioni periferiche dell’Islam. Si dice, poi,  che Osama bin Laden si facesse vedere spesso a Serajevo, nei giorni di Izetbegovic, ma certamente uno dei primi gruppi di Al Qaida nasce dalle esperienze sul campo dei combattenti islamici bosniaci e kosovari.

Finita quella che potremmo chiamare la guerra di successione yugoslava, quindi dopo gli accordi di Dayton, tutto l’islam militare bosniaco e anche  quelli che sono venuti ad aiutarlo rimangono disoccupati, ma sanno fare (e bene) una cosa sola: il jihad. Tra i 43.000 volontari che sono andati a sostenere il califfato di Al Baghdadi, ci sono 6000 europei.

Alla fine del 2016, erano rimasti nell’area del conflitto principale 15.000 jihadisti stranieri, oggi dovrebbero essere circa 1200 in più. Almeno 5800 militanti del jihad sono comunque ritornati a casa, ma circa un terzo di tutti i “soldati” del sedicente califfo sirio-iracheno di origine europea è ritornato nei luoghi di partenza. Dall’Albania sono partiti, finora, 136 militanti, ne sono ritornati 42, venti sono stati uccisi in azione e 76 sono ancora operativi nei reparti del Daesh-Isis.

Alcune fonti riportano comunque cifre leggermente diverse, ma ho elaborato dei confronti tra i vari documenti. Ritengo che i numeri qui riportati siano largamente affidabili, quindi. La Bosnia-Erzegovina ha prodotto finora 260 jihadisti, ma ne sono tornati 44 mentre, in area di guerra, vi sono ancora 77 uomini, 48 donne, 46 bambini, tutti  di origina bosniaca.

Naturalmente il terminus a quo è l’inizio delle guerra in Siria, il 15 marzo 2011. Dal Kosovo, terra elettiva del jihad balcanico, sono partiti verso il “califfato” oltre 335 elementi, mentre sarebbero ancora attivi nell’Isis-Daesh almeno 139 elementi kosovari, tra uomini, donne e bambini. Dalla Macedonia, terra di jihad ma anche di criminalità organizzata italiana e russa, ne sono già partiti 135 e ne sono ritornati 35.

Dalla Serbia sono andati a combattere per il califfo 42 jihadisti, ma ne sono tornati 28. Tanti, quindi, sono ritornati. Stabilmente.

E questo vuol dire che vi è certamente un progetto futuro di espansione del “jihad della spada” al lato orientale dell’Europa e, possibilmente, dentro l’Ue. Dal Kosovo, comunque, sono partiti, lo dicevamo, 335 militanti (donne e uomini) che hanno aderito sia  al Daesh-Isis che a Jabhat al Nusra, ovvero ad Hayat Tahrir al-Sham nella sua nuova denominazione. Il nuovo nome è un segnale di separazione nettissima da Al Qaeda ma, soprattutto, di frazionamento del jihad siriano in funzione degli interessi dei vari Paesi finanziatori.140 jihadisti per milione di abitanti, quindi, in Kossovo. Cosa fare, dunque?

Certo, i vari centri per la “deradicalizzazione” possono anche funzionare bene, ma quello che occorre è un nuovo progetto strategico per il Grande Medio Oriente, una sorta di nuovo Congresso di Vienna che ridisegni definitivamente aree, poteri, influenze e interdizioni. La geopolitica per attimi e lampi, tra gli interstizi della storia, non funziona mai.

Senza questo grande e nuovo progetto, quindi, ci sarà sempre qualche Paese islamico che si ritaglia una temporanea fetta di potere, tra le faglie della indecisione occidentale, manipolando soprattutto la povertà e il fanatismo delle immense periferie dell’islam, più grandi ancora di quelle occidentali. Una operazione a bassissimo costo e ad altissima resa militare e politica, ecco perché il jihad della spada è così diffuso e tutti, ormai, vi ricorrono per fare le loro guerre per procura.

Il jihad è quindi una guerra di corsa, sta dunque alle “marine” regolari renderla impossibile, impendendo ai Paesi dell’Islam in espansione di giocare anche la carta del ricatto e del terrorismo verso di noi e verso le altre nazioni islamiche.

Marco Giaconi