Venezia 74: il dramma migranti nei film di Segre e Weiwei

Nella cittadella del cinema del Lido, riportata a nuova vita dopo l’annus horribilis del 2010 per le iniziative congiunte di BiennaleComune di Venezia, c’è spazio quest’anno per riflessioni non convenzionali sul fenomeno delle migrazioni e il traffico di esseri umani. Fedele al principio di rappresentare al meglio le problematiche che caratterizzano lo spirito dei tempi, la rassegna veneziana che aprirà i battenti mercoledì 30 agosto dedica due film al dramma dei migranti che verranno entrambi presentati in anteprima il 31 agosto . “L’ordine delle cose” di Andrea Segre prodotto dalla padovana Jolefiolm e da Raicinema che cerca di decifrare i meccanismi di funzionamento degli accordi tra Italia e Libia nel settore migratorio. E “Human flow” dell’artista cinese Ai Weiwei girato in ventitrè Paesi e in numerosi campi profughi all’inseguimento di pezzi di disperazione umana.

L’ordine delle cosedi Andrea Segre

Il regista italiano era già noto al pubblico di Venezia per il film “Io sono Li” presentato nelle Giornate degli autori nel 2011. Anche quell’opera era dedicata alla difficile integrazione di una giovane cinese nel Nord Est. Nell’ultimo lavoro Segre si interroga sulla difficoltà di far coincidere principi etici con le esigenze imposte dalla “ragion di Stato”. Dubbi e le difficoltà espressi dal protagonista Corrado, un funzionario del Ministero dell’Interno italiano, chiamato a gestire gli accordi sull’immigrazione nella Libia post Gheddafi. Solo incarichi burocratici fino a quando Corrado incontra Swada una somala che sta cercando di attraversare il Canale di Sicilia. E tutto prende una piega diversa.

Human flowdell’artista cinese Ai Weiwei

Diversa per ideazione e realizzazione  l’opera di Weiwei (l’artista dissidente cinese che vive a Berlino e proprio oggi compie 60 anni) dove il tema migranti è analizzato come fenomeno globale e planetario non solo come una crisi del Mediterraneo per i flussi provenienti dall’Africa. Un anno di riprese per consegnare un affresco sulla disperazione e le persecuzioni in varie parti del mondo che interessa 65 milioni di esseri umani, un esodo di proporzioni gigantesche che non si conosceva dalla fine della seconda guerra mondiale. La cinepresa di Weiwei ha raccolto immagini di dolore e di rara bellezza: dalla Turchia alla Giordania, dalla Palestina al Bangladesh,  dal Pakistan all’Afghanistan al confine tra Messico e Stati Uniti. “Human Flow” è un eccezionale documentario che guarda al fenomeno migratorio con gli occhi di chi si considera da sempre un “rifugiato” e sa coglierne tutti i lati del dramma sociale  e umano che porta con sé.  Una vera sfida per le società occidentali e per l’Europa che a parole si dicono pronti all’accoglienza ma restano vittima delle logiche di politiche fatte di paura ed esclusione.

In una recente intervista all’Espresso Weiwei ha spiegato perché ha sentito la necessità di girare questo film. «Penso – ha detto – che non ci potrà essere nessun miglioramento nella nostra società e nel dramma delle migrazioni se non capiamo a fondo il fenomeno. E quel che oggi più che mai dobbiamo capire è che l’umanità è una sola, che siamo tutti sullo stesso pianeta e nati come esseri uguali. Se non accettiamo l’universalità di questi principi l’egoismo non potrà che crescere, e con lui le esclusioni e la brutalità nei riguardi di quelli che riteniamo “diversi”».